Aiutiamoli e ….aiutiamoci

Ho letto un libro molto interessante che contiene alcune possibili risposte (forse le uniche possibili) alle domande che mi ponevo nei miei due articoli precedenti “Proviamo a ragionare” e “Aiutiamoli ma a casa loro”: si tratta di “Sviluppo sostenibile” di Barbara Santoro pubblicato in questi giorni da Egea, editrice della prestigiosa Università Bocconi di Milano. In sostanza dobbiamo rispondere a una domanda e alla sua necessaria conseguenza: cosa dobbiamo fare di fronte a una popolazione mondiale che aumenta smisuratamente (vi ricordo che siamo ormai 7 miliardi e mezzo, siamo aumentati di 5 miliardi dal 1950, e a fine secolo diventeremo almeno 10 miliardi, stiamo via via consumando le riserve di risorse e certamente nessuna tecnologia innovativa potrà fornire nel mondo e LOCALMENTE le risorse per campare tutti quanti) e quindi i confini nazionali non hanno più senso: dal che deriva un’ovvia crescente invasione dei Paesi più ricchi, un’invasione che nessuno potrà fermare. Non vorrei essere considerato un pessimista: non lo sono anche se dovrei, avendo nella mia lunga vita assistito e pubblicato i moniti degli scienziati più eminenti che già nel 1972, con la pubblicazione de I LIMITI DELLO SVILUPPO, ci avevano avvertito di quello che stava succedendo (previsioni puntualmente verificatesi). Non sono un pessimista perché, insieme con Barbara Santoro, intravvedo una soluzione che però prevede una presa di coscienza individuale  e collettiva (quindi politica) molto importante.

Non si tratta di rinnegare la rivoluzione industriale e il sistema in cui abbiamo deciso di vivere, con tutte le comodità che ci fornisce ma di riconoscerne ora i limiti. Si tratta di rivedere il modo in cui pianifichiamo le nostre attività. Il sistema in cui siamo vissuti ci diceva: individua la risorsa, sfruttala finché produce, e così facendo fornisci lavoro, e quello che ti resta alla fine BUTTALO. Il risultato è che ora 81 persone al mondo posseggono oltre il 50% del totale delle risorse e gli altri 7 miliardi e mezzo da una parte si dividono malamente il resto e, dall’altra, sono anche ricoperti dei rifiuti che ne derivano.

Quella è chiamata “economia lineare”: va dalla risorsa al rifiuto. La via nuova propone invece un’economia CIRCOLARE. Il progetto tecnico ed economico di un’attività deve contenere FIN DA PRINCIPIO il riutilizzo dei propri rifiuti.

Non sto parlando del banale riciclo dei rifiuti urbani e industriali, soluzione per noi obbligata e costosissima soprattutto perché prevede la selezione e la separazione,  fatte da terzi, di una congerie di materiali diversissimi.  Se i materiali di partenza sono riciclabili devono essere riutilizzati per nuove produzioni che quindi sono una ricchezza e non un costo. Questo significherebbe da una parte non essere continuamente alla ricerca di nuovo silicio, nuovo rame, nuova plastica, eccetera. Il mondo è pieno di materiali che non si usano perché non sono adatti alla produzione. A questo punto, se un materiale non è riciclabile NON E’ ADATTO e bisogna cercarne un altro magari più costoso che però recupera ampiamente per l’azienda stessa la sua economia attraverso il riciclo e evitando i costi ormai astronomici della sua eliminazione.

E’ una strada obbligata. E’ una strada  obbligata anche perché se il più grande gestore di fondi di investimento al mondo, e cioè Black Rock (che gestisce la bellezza di 5 miliardi e mezzo di dollari) impone a chi finanzia un progetto che tenga conto del riciclo, molti altri seguiranno. E forse anche la politica si accorgerà che le sue proposte di programma devono tenere conto anche delle future generazioni i cui interessi COINCIDONO con i nostri. E’ una strada obbligata anche perché  generatrice tra l’altro di nuove tecnologie, arti e mestieri dove il genio italiano potrebbe svilupparsi come ha sempre fatto dal Rinascimento in qua.

Ci sono aziende che già lo fanno anche in Italia: sono quelle che hanno adottato come obbiettivo non semplicemente lo sviluppo ma LO SVILUPPO SOSTENIBILE. Così facendo non si sono accollate un costo in più bensì hanno acquisito una RISORSA NUOVA. Che porta anche lei un buon contributo al fatturato. Leggete di queste aziende sul  libro di Barbara Santoro che ho citato all’inizio.

 

Aiutiamoli…. ma a casa loro

Parliamo di quei 3 miliardi e mezzo di affamati e di quegli altri 3 miliardi che vivono con meno di 2 euro al giorno. E di quegli altri che hanno risolto il problema del pane quotidiano ma ci vedono vivere con più agio di loro, con più cose, con più lusso. Continueranno a dire semplicemente: “ma certo è giusto che europei e americani vivano meglio di noi, che mangino tutti i giorni, che abbiano bambini che non muoiano di malnutrizione o di stupide e curabilissime malattie, abbiano acqua corrente pulita e bevibile in case belle, i soldi da spendere per girare il mondo e venire magari da noi lesinando le mance?”. Certo, non è difficile non essere infastiditi da questi poveri esseri che si aggirano confusi in città e culture che non capiscono, se non per il fatto di essere più ricche delle loro, non essere infastiditi da un insistente venditore di rose. Ma guardiamoli bene in viso: qualcuno viene dalla guerra, qualcun altro dalla fame, qualcuno dal commercio degli schiavi di oggi; e comunque che percorso doloroso o infame per arrivare qui! “Ma noi che c’entriamo, siamo qui da duemila anni, facciamo il nostro lavoro, siamo persone per bene e questo è il NOSTRO Paese: tornatevene a casa vostra”. I più rozzi e quelli a cui manca un po’ di storia delle elementari (quella dei barbari, per esempio, che sono piombati qui superando ben altre muraglie di quelle che qualcuno vorrebbe costruire) reagiscono con la violenza (fisica o cartacea). I più attenti e generosi dicono “aiutiamoli sì ma A CASA LORO”: cioè, chiudiamo loro in faccia le nostre porte, costringiamoli a vivere entro i loro confini. Sembrerebbe una soluzione MA…

MA: innanzi tutto i loro Paesi possono essere semplicemente in guerra. Problemi loro? Non direi: la storia ci dice che noi (intesi come occidentali) uno zampino ce lo abbiamo sempre (o per “educarli” alla cosiddetta democrazia, o per far fronte al “pericolo comunista” o a quello islamico o su un altro versante  per “combattere il capitalismo” MA sempre COMUNQUE per sfruttare  le loro risorse. Guerre qualche volta tribali qualche altra culturali o di confine foraggiate da armi occidentali. Problemi loro?

MA: secondariamente ci sono Paesi, vedi la Nigeria, che semplicemente  scoppiano. Vinte alcune malattie e adottata un’igiene opportuna, la popolazione cresce a un ritmo allarmante: problemi loro? E siamo proprio noi a dirlo che abbiamo emigrati in tutti i Paesi del mondo, che la fame e il disagio hanno costretto all’emigrazione in diverse fasi della storia? Ci sono momenti e momenti nella evoluzione di un popolo: e diciamo grazie a quei Paesi che ci hanno accolti e integrati! Ma , dice, eravamo lavoratori e non delinquenti come quelli che segano le donne a pezzi: e la mafia americana che seppelliva i corpi nei pilastri dei grattacieli chi l’ha fatta? La gente non è tutta buona e remissiva: è un misto e prima di un delitto non si può sapere se l’assassino avrà un viso bianco o nero.

MA:  noi siamo eredi dei colonizzatori che hanno spogliato la “casa loro” e che ancora, tramite le multinazionali (per definizione anonime) continuano a farlo. Con quali risorse dovrebbero vivere a casa loro? Petrolio, diamanti, uranio, rame e materie prime di ogni tipo, monoculture per alimentare il ventre grasso di questo occidente dove non si muore più  di fame ma di obesità: e poi inquinamento, disboscamento, povertà e scarsità di strutture per l’alfabetizzazione.

DUNQUE: “aiutiamoli ma a casa loro” vi sembra un’affermazione possibile? Forse lo sarebbe stata in passato ma ora è troppo tardi.

E ALLORA CHE SI FA? Buona domanda: qualche soluzione c’è per utilizzare meglio questo pianeta. Ma intanto dovremo adattarci all’inevitabile melting pot globale di questa nostra epoca.